Intervista a Roberto Paura, presidente dell'Italian Institute for the Future

Sembra di poter dire con una certa attendibilità che gli eventi anomali, le discontinuità, i fenomeni emergenti, le incongruenze, le incertezze e le fluttuazioni profonde diventeranno più frequenti, eterogenee e complesse in settori assai diversi quali ambiente, clima, sviluppo tecnologico, occupazione, dinamiche socio-culturali, geopolitica, commercio internazionale, finanza, ecc.
E poiché, di conseguenza, il futuro umano sarà verosimilmente di non facile lettura, i metodi tradizionali di previsione basati sulla proiezione di serie storiche o sull’interpretazione di indagini a campione saranno meno affidabili e potrebbero generare concatenazioni di errori, paralisi decisionali, diffusa erosione della fiducia nei confronti dei decisori (We're moving fast. But nobody knows where we're going, World Economic Forum, 19 Apr 2017).
Gli studi dei futuri sono nati per ovviare a questo problema.

Un mese fa circa si è tenuto il primo convegno nazionale dei ‘futures studies’ presso l’Università di Trento, organizzato dall’Italian Institute for the Future, da Roberto Poli, titolare della cattedra UNESCO sui sistemi anticipanti dell’Università di Trento e presidente di –skopìa, e dal Nodo Italiano del Millennium Project.

Che impressioni ne ha tratto? Qual è lo stato di salute della “futurologia” italiana?

Sono stato molto contento della disponibilità logistica e organizzativa del professor Roberto Poli, che ha subito accettato la nostra proposta di organizzare, nell’ambito del workshop internazionale sull’Anticipazione in programma all’Università di Trento, anche una sessione dedicata alla costruzione di una rete nazionale di esperti di futures studies. Il riscontro è stato superiore alle aspettative, con una trentina di partecipanti, tutti di altissimo profilo e provenienti da esperienze molto varie, cosa che secondo me testimonia non solo l’interdisciplinarietà degli studi sul futuro, ma anche il fatto che si approda a questo argomento da punti di partenza diversi.

C’è, mi sembra, un crescente interesse nei confronti dei futures studies in Italia, una nuova consapevolezza della loro importanza per governare i grandi cambiamenti che sono già in corso e che sono destinati a caratterizzare i prossimi decenni. Manca, certo, una vera organizzazione, una capacità di fare “massa critica” e incidere sui processi decisionali; ma è proprio questa la sfida a cui dobbiamo riuscire a rispondere nei prossimi anni.

Si sapeva dagli anni Ottanta che nel giro di una generazione l’obesità negli USA avrebbe assunto proporzioni epidemiche ma solo ora si cercano di prendere delle contromisure. Contemporaneamente i dati del governo federale mostrano che, tra 2007 e 2015, l’incidenza dell’autismo tra i neonati americani è passata da 1 su 150 a 1 su 45. Anche in questo caso il dibattito pubblico è inesistente. L’umanità è condannata ad inseguire i problemi invece di prevenirli? Perché ci continuiamo a convincere di essere stati colti di sorpresa da fenomeni pur così macroscopici?

Per una propensione – del tutto naturale, del resto – ad affrontare i problemi presenti senza una visione prospettica. Hans Jonas giustamente osservava la necessità di un “principio di responsabilità” nei confronti delle future generazioni, un concetto emerso però solo nella seconda metà del secolo scorso, non a caso proprio nello stesso periodo in cui sono emersi i futures studies a livello internazionale. Ma, nonostante questa consapevolezza sia emersa a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, i decisori politici sono rimasti sordi all’appello di chi chiedeva politiche lungimiranti. Il caso del Rapporto sui limiti dello sviluppo del Club di Roma è lampante: negli anni Ottanta emerse una chiara convinzione del fatto che la crescita potesse essere perpetua e che i foschi scenari dettati dai limiti delle risorse naturali potessero essere evitati. È rimasta diffusa fino a pochi anni fa la convinzione che i futurologi fossero delle Cassandre, sempre pronti a immaginare i peggiori scenari (sovrappopolazione, picco del petrolio, cambiamento climatico). La realtà degli ultimi anni sta dando ragione a chi, in tempi non sospetti, aveva messo in guardia da un atteggiamento disinvolto nei confronti del mondo da lasciare in eredità alle nuove generazioni.

È vero comunque che persino oggi molti, anche tra coloro che si occupano di futuro, nutrono una fede ostinata nella “mano invisibile” del progresso tecnologico, che sarebbe in grado autonomamente di risolvere problemi come l’esaurimento dei combustibili fossili o il cambiamento climatico. Secondo loro, i governi dovrebbero astenersi dall’introdurre correttivi come gli incentivi sulle fonti di energia sostenibili o legislazioni che riducono la produzione di gas serra: il progresso tecnologico, guidato dal mercato, risolverà da solo i problemi. È una visione che non mi sento di condividere: credo piuttosto che molti dei problemi che affrontiamo oggi derivino dal fatto che i decisori politici non siano intervenuti quando avrebbero dovuto per favorire il perseguimento di quei futuri che riteniamo più desiderabili.

Non si contano gli specialisti che non hanno saputo prevedere il crollo del muro di Berlino ma addirittura, nel 1989, organizzavano conferenze per esaminare l’evoluzione dei rapporti tra i due blocchi nel decennio successivo. Altri specialisti hanno commesso errori imponenti nello stimare l’ammontare delle riserve di petrolio e di materie prime, o il percorso demografico umano. Come mai così tanti specialisti che consultiamo per poi prendere decisioni cruciali vedono il futuro con lenti così distorte? E perché continuiamo a rivolgerci a loro, nonostante tutto?

Dobbiamo abbandonare – e la disciplina dei futures studies negli ultimi anni va appunto in questa direzione – la convinzione che si possa “predire” il futuro. L’uso del termine futures al plurale indica piuttosto il fatto che a noi spetta indicare una serie di scenari, come fanno oggi, per esempio, i climatologi dell’IPCC: sono tutti scenari realizzabili, alcuni più credibili di altri, ma spetta a noi intervenire per evitare i peggiori e favorire la realizzazione dei migliori. Le grandi compagnie petrolifere hanno sempre preso con molta serietà le stime relative al picco del petrolio, per fare un esempio: e hanno investito moltissimo, negli anni, nello sviluppo di tecnologie in grado di estrarne a profondità sempre maggiori o di realizzare nuove tecniche estrattive, come quella oggi impiegata per lo shale gas. In tal modo hanno posposto costantemente l’avveramento dello scenario di una fine del petrolio. Stessa cosa per la questione demografica: alcuni governi, come quello cinese, in passato hanno affrontato il problema della sovrappopolazione introducendo politiche famigliari molto discutibili, ma proprio sulla base della convinzione che si dovesse fare qualcosa per impedire lo scenario peggiore. Al tempo stesso, la Rivoluzione verde è stato un modo per evitare la realizzazione di quanto profetizzato da Paul Ehrlich nel suo celebre The Population Bomb: aumentare le rese alimentari in misura più che proporzionale alla crescita della popolazione è la strategia che abbiamo messo in atto per poter gestire un modo in cui la sovrappopolazione continua a costituire un problema, per quanto fino a oggi gestibile.

Credo pertanto che alla base ci sia un errore di valutazione da parte di chi giudica fallimentari le “previsioni” dei futurologi, proprio perché i veri futurologi non dovrebbero puntare a fare previsioni esatte, ma indicare gli scenari possibili e suggerire le politiche da adottare. Resta un’operazione difficile soprattutto quando ci si sposta sul versante politico: ancora oggi gli storici discutono sulle cause del rapido collasso dell’Unione sovietica, se esistessero cioè dei trend che avremmo potuto prevedere; alcuni di essi sono stati isolati e analizzati (per esempio i trend relativi agli investimenti in ricerca e sviluppo), ma è sempre un azzardo ricondurre un fenomeno complesso a un’unica variabile. I futures studies rendono meglio in quegli ambiti dove c’è un maggior grado di determinismo, come gli scenari demografici, ambientali, scientifici e tecnologici.

Comprerebbe un’auto usata da un futurologo?

Diffido da chi punta a previsioni di brevissimo termine. Comprerei un’auto elettrica perché molti esperti di futuro sostengono, dati alla mano, che il trend va in questa direzione; ma non mi farei consigliare da loro sulla marca (o sulle azioni di quale casa automobilistica investire i miei risparmi)!

Secondo lei anticipare un certo tipo di esito futuro riduce le probabilità che questo si manifesti? Oppure le aumenta?

I casi a cui ho accennato sopra suggeriscono, a mio avviso, che l’anticipazione serve proprio a questo: sollecitare l’adozione di strumenti per ridurre la probabilità che si manifesti un futuro negativo. Se poi si riesca sempre a ottenere questo obiettivo, è un altro discorso. Scenari relativi alla crisi del welfare state determinata da trend demografici come l’invecchiamento della popolazione e il calo della natalità in Italia girano almeno dagli anni Novanta, ma finora le riforme adottate non hanno fatto altro che posporre il problema, rendendolo sempre più difficile da affrontare. Certo a volte, per risolvere problemi complessi, servono soluzioni di tipo esponenziale, fuori dagli schemi prestabiliti; per riuscirsi, bisogna lottare costantemente con la naturale inerzia dei sistemi sociali.

Come e cosa possiamo imparare dai futuri immaginati e come possiamo non trasformarla in un’ossessione?

Un libro molto interessante appena uscito, Memorie del futuro, del sociologo Paolo Jedlowski, che ho intervistato per “Futuri”, discute proprio del tema dei diversi futuri immaginati, ossia del “ricordo” di un futuro che ciascuno di noi – come singolo o come gruppo sociale – immagina continuamente, variandolo a seconda del mutare delle circostanze. Spesso i futuri immaginati non si realizzano, e dobbiamo convivere con altri che non assecondano le nostre aspettative. Da qui fenomeni nostalgici che non si rivolgono solo al passato idealizzato, ma anche a quel futuro che avevamo immaginato in passato e che non si è realizzato: in certi casi, dietro la crescita dei populismi di questi ultimi anni, agisce anche questo fenomeno. Dobbiamo però anche imparare a comprendere le cause del perché certi futuri immaginati non si sono realizzati e capire se è possibile invertire la rotta.

Jedlowski suggerisce nel suo libro di sostituire all’ormai il non ancora: smettere di credere che il futuro che avevamo immaginato ormai non sia più realizzabile, ma convincersi che non si sia ancora avverato, e che pertanto possiamo mettere in opera una serie di azioni per realizzarlo. Questo è valido anche e soprattutto a livello di collettività: dovremmo smettere di credere che certe tendenze non si possano invertire, per esempio nel caso dell’integrazione europea, che negli ultimi anni ha imboccato un binario morto; se i cittadini europei acquisissero la consapevolezza che è possibile mutare radicalmente l’attuale costruzione europea senza rigettarla attraverso un ritorno sic et simpliciter ai nazionalismi del passato, riusciremmo a evitare scenari molto foschi; analogamente per una globalizzazione che ci è senza dubbio sfuggita di mano e che alcuni vorrebbero fermare attraverso il ritorno a un pericoloso protezionismo: siamo invece ancora in tempo per operare le giuste correzioni di rotta.

Cos’è più reale? Il passato o il futuro?

Il passato è reale, il futuro è fondato su quello stesso principio d’indeterminazione alla base della meccanica quantistica: assume un aspetto tangibile solo quando lo osserviamo, quando cioè è diventato presente; finché è futuro, esiste solo come sovrapposizione di possibilità potenzialmente infinite. Per questo non possiamo prevedere il futuro, esattamente come non possiamo prevedere l’esito dei fenomeni della fisica subatomica, che sono essenzialmente probabilistici. Il futuro ci impone di convivere con la probabilità, e ci esorta a individuare gli strumenti giusti per governarla. 

La lega delle tribù irochesi prendeva le decisioni collettive più importanti tenendo conto del loro potenziale impatto fino alla settima generazione. È realistico? Sarebbe auspicabile?

Certamente sarebbe auspicabile. Su alcuni temi dovremmo iniziare a ragionare in termini di umanità e spingere la nostra visione molto lontano nel tempo, perché alcuni ambiti del progresso scientifico e tecnologico sono in grado di produrre effetti intergenerazionali. Penso al problema delle scorie nucleari, per esempio, la cui radioattività persiste per migliaia di anni; o, naturalmente, al cambiamento climatico. Di recente l’ingegneria genetica si sta dotando di uno strumento preciso e di semplice utilizzo per editare il nostro genoma, la tecnica Crispr. Quando – non se – riusciremo ad applicarla alla linea germinale, cioè a quella parte del genoma che viene ereditata, produrremo conseguenze trasmissibili nel corso di innumerevoli generazioni. Prima di farlo, faremmo bene a riflettere con attenzione sulle conseguenze sul lungo periodo: il che non vuol dire che non dobbiamo farlo, ma che simili strumenti ci impongono un ragionamento che va ben al di là delle conseguenze immediate sul singolo individuo, e ci spingono ad adottare la visione degli irochesi. 

Giovedì 4 maggio è uscito nelle librerie il suo nuovo libro: Universi paralleli. Perché il nostro universo potrebbe non essere l’unico (Edizioni Cento Autori). Ce ne vuole parlare?

È un libro che inaugura la collana di divulgazione scientifica di cui sono curatore, edita dalle Edizioni Cento Autori, orientata ai temi di frontiera della ricerca scientifica. La scelta di trattare della teoria del multiverso, che è il tema di questo libro, deriva dal fatto che sto svolgendo un dottorato di ricerca all’Università di Perugia sulla comunicazione della scienza, in particolare della fisica, cercando di approfondire i problemi della divulgazione della fisica teorica contemporanea, che sfocia sempre più nella filosofia, tanto che molti sono giunti a contestarle la scientificità per via del fatto che abbandona il falsificazionismo di Popper, alla base del metodo scientifico. Non è secondo me un caso che l’idea della coesistenza di molteplici (se non infiniti) universi paralleli sia emersa solo in anni recenti. È una sorta di contraltare “fisico” al discorso che abbiamo fatto sulla sovrapposizione di molteplici futuri possibili: invece di credere che solo uno di essi si sia realizzato, potremmo immaginare che tutti i futuri possibili si siano avverati in altri universi, come sostiene una particolare interpretazione della meccanica quantistica, confortata in questo da altre teorie come l’inflazione cosmologica e la teoria delle stringhe.

È vero? È scienza? Sono le domande che pongo alla fine del libro e a cui non do naturalmente una risposta precisa, poiché anche la comunità dei fisici teorici resta divisa; essendo interessato alla storia delle idee, dico solo che la teoria del multiverso potrebbe essere il risultato della nostra recente accettazione del fatto che la realtà non è deterministica, ma probabilistica: gli universi possibili sono una risposta a questa situazione, che cerca di ridare tangibilità ontologica a ciò che altrimenti esisterebbe solo in potenza.

Chi sono i lettori della rivista “Futuri” che lei dirige? Che futuro si aspettano?

Sono lettori interessati a capire dove va il mondo, e consapevoli che il nostro taglio è diverso da quello delle classiche riviste che si occupano di futuro e innovazione, orientate esclusivamente alle novità tecnologiche o agli scenari di breve termine. “Futuri” è il nostro spazio di riflessione sulle conseguenze sociali dei cambiamenti che stiamo vivendo, e sui possibili scenari che ci troveremo a dover affrontare. Personalmente sono orientato verso un approccio critico nei confronti dell’attuale paradigma dominante del futuro, la grande narrazione del progresso che ci renderà padroni del nostro destino e risolverà, attraverso la tecnologia, tutti i problemi del mondo. Trovo che destituisca di responsabilità l’essere umano e sostituisca al concetto di “politica”, di “governo”, quello di “governance”, la mera gestione dei processi. Invece dovremmo tornare a porci importanti domande sugli aspetti politici del futuro, per cercare di evitare scenari in cui il progresso sia solo per pochi, per chi se lo può permettere; è del resto quello che è avvenuto finora, con il risultato che le persone che si sono sentite tagliate fuori dalla globalizzazione hanno iniziato a remare in senso contrario. Non so se i lettori di “Futuri” condividano questa visione, io personalmente credo che dovremmo sforzarci di discutere di come rendere il futuro più inclusivo, democratico e partecipativo, senza lasciarlo in balia di forze che non possiamo dirigere.

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